Make-do and mend

È un periodo (lungo) che non mi sento bene. Non è un malessere fisico, fisicamente non ho niente che non va. Attenzione, quello che sto per fare non è partire con un elenco di lamentele, quello che invece voglio fare è parlare del mio problema e raccontare come ho deciso di affrontarlo. Funzionerà? Speriamo, non lo neanche io, ma sono molto ottimista.

Partiamo da come mi sento.
È cominciata con un lutto, poi non è mai finita. Che la vita ci cambi, ci trasformi, lo sappiamo tutti, che sia imprevedibile è un dato di fatto. Ma fino a qualche anno fa ero fermamente convinta di avere “controllo” su di me, sul mio modo di essere, di fare e di reagire. Ero convinta facesse parte del mio DNA. Invece mi sono sbagliata di grosso ed è stata una grande delusione scoprirlo. Principalmente, perché ho iniziato a non riconoscermi più.
Ho smesso di sognare, in un certo senso. E se nella vita si deve essere concreti io dico che sì, è vero, ma fino a un certo limite. Sognare aiuta, incoraggia, motiva. Smettere di farlo significa – o almeno, per me ha significato questo – perdere la creatività e quindi, in un certo senso, anche la passione per la vita. Questo va preso con le pinze, nel senso che a me la vita piace tanto, ma spesso mi rendo conto di non gustarmela come invece vorrei e sarebbe giusto che fosse. Quindi ecco, diciamo così: mi sono persa.

È stato un perdermi piuttosto subdolo e lento, che mi ha accompagnata in stanze sconosciute del mio io, dove non sono stata in grado di parlarmi e tantomeno di ascoltarmi.
La sofferenza per il lutto si è fisiologicamente attenuata col tempo e quello che mi è rimasto sono io, nuova e persa. Ho preso strade sbagliate per cercare di tamponare il danno, frenetica e affamata. Ma non ho fatto altro che perdermi di nuovo. Allora sono tornata indietro, a dov’ero rimasta prima, molto prima, credendo che lì ci fosse lo scrigno magico, pieno dei miei tesori perduti. L’ho cercato, l’ho cercato e il non trovarlo mi ha creato frustrazione, sofferenza e, infine, nuovamente, paralisi. Ho preso coscienza di quello che mi stava succedendo e quando ho capito che davvero mi stavo paralizzando e che i miei talenti, le mie gemme preziose, erano smarrite, ho iniziato a cercare una soluzione.

Quello che ho fatto è stato intestardirmi. Affannarmi per inseguire la me persa, cercandola in angoli inesplorati, nello studio di argomenti nuovi e anche nella quotidianità delle abitudini vecchie. E se non ho trovato la me stessa raggiante di un tempo, ho trovato comunque energia. Un’energia che non conoscevo più, che mi ha spinta verso delle direzioni nuove, delle domande più profonde e dei desideri più espliciti.
Nell’impegnarmi per cercare tanto quello che volevo fare, mi sono dimenticata però di concentrarmi su come volevo sentirmi. Ecco. Mancava quel passaggio fondamentale. Tutta l’energia propulsiva mi ha fatto iniziare il 2017 con il desiderio di volermi sentire in un determinato modo, che non so se posso spiegare con una parola sola. Felicità non è abbastanza. Include anche l’essere appagata, soddisfatta, piena. Piena, ecco. Ma come faccio a sentirmi così se non so più che cosa so fare, chi sono, che cosa amo? Non è stato facile e non è tuttora facile farsi queste domande ad alta voce. È qualcosa di intimo e violento, che fa sentire sempre inadatti e insufficienti. In quanti siamo ad essere in questa condizione?

Parto da qui, che è l’inizio di un percorso, e scriverne “a voce alta”, condividere, penso sia il modo migliore per andare ancora più a fondo. Non tanto per trovare appoggio o comprensione, ma per fare il contrario: incoraggiare ad essere.

Mi son dilungata anche troppo, ma mi è venuto in mente quello che avevo scritto per Capodanno, il mio augurio, che era un invito ad essere davvero. Profondamente, fieramente e coraggiosamente.

Ps: includo un’illustrazione. Eccola qui, è di Analia Moraes e nel poster c’è scritto “ripara e riutilizza” 😉

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