Social media che?

Essere un social media manager, oggi, vuol dire tutto e vuol dire niente. È una professione, c’è, esiste, persa in una moltitudine di definizioni e di sottodefinizioni; dall’altra parte, un po’ com’è stato per fotografi e dj, il social media manager spesso è il classico lavoro improvvisato. Del cugino nerd, di quello che da un giorno all’altro decide che  il suo lavoro non gli piace più e allora perché no, diventa social media manager. Io quando ho cominciato non sapevo che cosa stavo facendo. Parlo di 7 anni fa e facevo cose a caso, senza criterio alcuno. Non mi spacciavo per social media manager, neanche lo sapevo che quel lavoro avesse un nome, ma comunque, apparentemente, facevo quella cosa lì. Facendo e sbagliando però mi sono appassionata e ho capito che è un mondo vasto e difficile. Perché sì, è difficile e anche molto. Adesso poi, più che mai. Mentre scrivo mi verrebbe voglia di interrompermi e cancellare tutto perché mi rendo conto che la mia preparazione non è assolutamente completa, ma d’altronde come potrebbe esserlo al 100%? Aggiornamenti continui, canali in perpetua evoluzione, algoritmi, influencer… continuo? No, mi fermo. Però continuo col mio post. Perché se lo scrivo non è per dare lezioni, ma per sfogarmi e riflettere per iscritto. Dicevo che quando ho cominciato ero decisamente impreparata, poi per fortuna mi sono profondamente appassionata a questo universo e ho deciso di approfondirlo. Come ho già scritto in un altro post, ho speso (e continuo a spendere) molti soldi in formazione. Perché credo davvero che sia fondamentale. Non è così scontato, tanti pensano che questo sia un lavoro che si impara solo “smanettando su Facebook” e in parte posso essere d’accordo, c’è moltissimo da mettere in pratica, ma dall’altra, cavolo se c’è da studiare. Tanti argomenti prettamente tecnici da approfondire e conoscere, tanti esperti da seguire. Ma, niente da fare, oltre a tutto questo, è importante la predisposizione. I social, che ci piaccia o no, sono fatti per le persone. Nascono per permettere alle persone di interagire e per quanto il business adesso abbia preso il sopravvento, resta il fatto che gli utenti principali siamo noi. Noi ci facciamo abbindolare dalle fotografie su instagram, noi “spiamo” altre persone  su snapchat e noi abbiamo le timeline di Facebook invase da post di altre persone. Più persone, che aziende. Perché ce lo dimentichiamo? Perché quando “si fa il social media manager” (ovvero ci si improvvisa) si dà per scontato che basta scrivere qualcosa senza criterio e va bene così? Con chi stiamo parlando e di che cosa?

Sono stufa, davvero stufa, di avere a che fare con persone che sottovalutano questo mestiere e le sue inevitabili implicazioni umane. Ci vuole la tecnica, ma ci vuole anche la sensibilità.  Tanta sensibilità. Ci vuole la voglia di spendere soldi in formazione, di prendere treni per andare a eventi, workshop, seminari, ci vuole la spinta a restare aggiornati ma anche umili, capaci di ascoltare, ci vuole la capacità di fare rete e di continuare a tessere la propria matassa di contatti. È un lavoro in equilibrio tra tanta competenza tecnica, tanta curiosità e tanto interesse umano, sociologico, sociale. Non solo “social”. È importante che i vari canali siano popolati da professionisti competenti e preparati, che informano gli individui e con loro si relazionano. Restiamo persone, parliamo tra di noi. Ricordiamoci di chi leggerà, condividerà, commenterà.
Io sto ancora studiando e non penso che smetterò di farlo, ma è proprio per questo che ci tengo  “difendere” questo lavoro e mi arrabbio quando viene improvvisato  o svalutato oltretutto con presunzione e superficialità.

L’illustrazione è di Grace Easton

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