Di venerdì (immotivati entusiasmi ereditati)

Sono tre settimane che non faccio la spesa. Da quando ho ricominciato ad avere degli orari dalle alle, non l’ho più fatta. E questo pensiero mi assilla. Ho sempre avuto una passione per la spesa, quando ero piccola con i miei genitori andavamo sempre al venerdì. Io e mio padre andavamo a prendere mia mamma al lavoro alle 2 e poi dritti verso il supermercato. Aveva un che di liberatorio, visto che succedeva di venerdì, anche se a me in realtà non cambiava niente. I giorni della settimana erano più o meno tutti uguali, tranne la domenica, che mi piaceva anche, ma a causa del Sabato del villaggio bisognava sempre dire che la domenica faceva schifo.

Comunque.

Per i miei genitori andare a fare la spesa alle 2 del venerdì era sinonimo di fine delle incombenze lavorative e io percepivo questa felicità, così ero felice anch’io e dall’entusiasmo volevo comprare tutto. I miei genitori, ancorché entusiasti a loro volta, mi dicevano quasi sempre No. Adesso che sono autonoma, è un casino. Ma mi è rimasto l’atto della spesa come piccolo rituale di famiglia, da fare insieme possibilmente euforici.

Ho trasmesso questa foga anche al mio ragazzo, quindi ogni settimana cascasse il mondo dobbiamo fare la spesa. Nostro malgrado però, andare al supermercato non ci fa sentire né liberi, né in pace con l’universo. Anzi, diciamocelo, andare al centro commerciale proprio non ci piace. Ogni tanto abbiamo fatto i rivoltosi e abbiamo detto No, oggi cambiamo. Abbiamo provato la spesa online dai produttori, il mercatino bio, il pesce dal pescivendolo, la carne dal macellaio, la frutta dal fruttivendolo. Ma poi niente, ci pentiamo della scelta azzardata (e dispendiosa) e con la testa bassa torniamo lì, al nostro supermercato che ci conosce così bene.

Ci mettiamo pochissimo, siamo rapidissimi, ci muoviamo agili tra le corsie, prendiamo tutto in sequenza: lettiera per il gatto, 3 confezioni di succo d’arancia, 3 casse d’acqua, lo yogurt greco, la pasta integrale, il tonno, i tortelloni vegani al tofu pronti in 3 minuti, i biscotti integrali, le uova bio, il latte di soia o kamut o mandorla o riso o, l’insalata di mare più o meno fresca e un po’ di pesce al banco ogni tanto, con uno sguardo d’intesa come dire Oggi ce lo meritiamo proprio eh. Poi andiamo alla cassa brandendo la carta fedeltà e scegliamo anche il cassiere che ci sta più simpatico. Alla cassa il mio ruolo è fondamentale, non voglio mai essere interrotta mentre metto i prodotti sul nastro, mai. Prima tutti i surgelati, poi i prodotti freddi, seguiti a ruota da frutta e verdura e dai prodotti di gastronomia, poi biscotti, merendine, pasta, crackers, quelle cose lì; a seguire i succhi e, se ci sono, per coerenza, anche le bibite. Alla fine vanno gli altri prodotti, cioè quelli non commestibili. Ogni prodotto ha il suo spazio, niente si deve sovrapporre, tutto è perfettamente ordinato, in fila per il lungo e in linea per il largo. La coerenza è fondamentale. Se compro le tic tac quando sono alla cassa allora ricavo un minuscolo spazio dove infilare la scatolina, ma mai vicino a prodotti non commestibili. Alla fine mettiamo tutto nelle borse riciclate e sconfortati torniamo a casa. Ci lamentiamo di aver speso troppo, che forse così non va bene; ci lamentiamo perché guarda te le famiglie felici di essere al centro commerciale proprio no, non vorremo mica diventare così anche noi (poi penso alla mia felicità infantile del venerdì e tutto crolla); ci lamentiamo perché sarebbe bello non dover andare in macchina, ci pensi quelli che fanno tutto in bicicletta con quei borsoni, mica come noi che inquiniamo. Ci deprimiamo un po’ mentre torniamo a casa con la nostra spesa.
Ci promettiamo di cambiare, ma poi, dopo una settimana, succede ancora.

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