Un’evoluzione del bianco

Riprendere in mano una storia non è mai semplice. Io che di storie non ne ho mai scritte veramente, o almeno non nero su bianco. Ma la storia in questione è la mia, che sto ripercorrendo con gli occhi all’indietro e anche un po’ all’ingiù. E questa, se possibile, è ancora più complicata da rimaneggiare. Mi è venuta in mente quella baraonda di emozioni, di sensazioni abbellite con canzoni, poesie, libri. Sono molto lontana adesso da quelle piccole conquiste, da quelle frasi scritte da altri che però mi appartenevano intimamente. Mi ricordo il mio passato melodico, bisognoso di esternare e condividere. Molto puro, trasparente. Vero e poco timoroso. All’improvviso, una voragine. Un buco nero che a stento mi fa parlare. Sognavo in grande, ma soprattutto sognavo. Trovavo in minuscole vocali un’eco assordante. Due parole per un’anima intera. Adesso la fatica che faccio la so soltanto io. Mi sono persa in un abisso di rimandi, come se quella io viva e imbronciata potesse aspettare ancora. Mi sono resa conto che si sta facendo tardi, adesso, che la paura paralizza e che le parole sfuggono, così come il futuro. Mi sono fermata sulla superficie di pensieri assoluti, ho pattinato zoppicando così come sul ghiaccio, impegnata come sono a preservarmi dalle cadute. Nel timore di scivolare, mi sono dimenticata di iniziare la corsa. Così mi ritrovo in un cartoccio frenetico, come la carta prima di finire nel camino, colorata e illeggibile. Cosa resta delle notizie e dei segreti, proprio niente. Allora mi dico, ogni giorno, oggi ricominci. Come un mantra. E poi mi blocco, ferma immobile in un dubbio atroce. Tutti quei punti di domanda non si scioglieranno in un’onda punti esclamativi, tutti quegli assilli emotivi incatenati alla vergogna di esternarli urleranno e graffieranno sempre di più. A questo pensavo, rileggendo sfoghi grandi di sofferenze piccole. Erano così puri. Li rivoglio. Il passato non si può più, ma il futuro sì, si può raggiungere con una scaletta, sempre che si decida di salire.

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